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Ezio Glerean, ovvero il calcio totale in salsa veneta

La storia del tecnico di San Michele al Tagliamento e della sua “ossessione” per il 3-3-4.

Agosto 2001, al Festival del Cinema di Venezia, nella sezione Cinema del presente, viene presentato al pubblico del Lido l’opera prima di un giovane regista napoletano. Il film si intitola “L’uomo in più”, l’autore è Paolo Sorrentino. La pellicola racconta la storia di due Pisapia, Antonio e Tony, nella Napoli degli anni Ottanta. Il primo è un calciatore all’apice della carriera, il secondo un cantante di successo: entrambi però sono vittima degli scarabocchi della vita. Il calciatore subisce un brutto infortunio che gli interrompe la carriera, mentre il cantante finisce in un guaio giudiziario che ne compromette la reputazione. Antonio però cerca di rimanere nel mondo del calcio, tentando di proporre un modulo tattico inedito, il 3-3-4, che ha la peculiarità di creare la superiorità numerica in fase d’attacco – l’uomo in più appunto. La storia tuttavia non sorriderà a nessuno dei due protagonisti che non riusciranno a riscattarsi, condannati da due mondi, quello del calcio e quello dello spettacolo, che non permettono passi falsi o idee troppo rivoluzionarie. Una trama che unisce due grandi passioni del regista: la musica e calcio. Per nutrire quest’ultima Sorrentino prende a piene mani da ciò che accade sui campi di calcio veri dove un allenatore fa parlare di sé con un modulo tattico insolito per le nostre latitudine: il 3-3-4.

Antonio Pisapia, interpretato da Andrea Renzi, ne “L’uomo in più” di Paolo Sorrentino.
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Quell’allenatore si chiama Ezio Glerean ed è l’artefice del miracolo calcistico Cittadella, una cittadina in provincia di Padova che proprio nell’anno de “L’uomo in più” disputa il primo campionato di Serie B della sua storia. Un torneo giocato a viso aperto con il piglio sbarazzino che è caratteristico del gioco di Glerean. L’inizio non è dei migliori, il salto di categoria si fa sentire. All’esordio casalingo contro il quotato Piacenza di Walter Novellino, i padroni di casa sono costretti alla resa: l’uno-due di Nicola Caccia e Carmine Gautieri è micidiale e non ammette repliche. Ma poi la troupe di Glerean prende le misure alla cadetteria e, trascinata dalla fantasia di Alessandro Sturba e dalla buona vena sottoporta di Stefano Ghirardello, riesce a conquistare una salvezza che finirà negli annali. Tante belle prestazioni e risultati di prestigio che hanno permesso ai granata di fermare anche le grandi del campionato; come quel pomeriggio del primo novembre quando allo Stadio Euganeo – casa temporanea del Cittadella mentre si lavora per rendere il Tombolato a norma per la B – arriva il Torino che alla fine vincerà il campionato. I piemontesi hanno un undici che non sfigurerebbe in serie A: da Luca Bucci e Paolo Castellini in difesa, al talento del brasiliano Pinga a centrocampo, al fosforo di Diego De Ascentis in mediana, fino al tandem d’attacco composto da Marco Ferrante e Stefan Schwoch. Insomma una fuoriserie per la B che nonostante l’inizio al ralenti fa paura. L’epilogo dello scontro sembra scontato, soprattutto perché gli uomini di Camolese vanno avanti quasi subito grazie a un rigore generoso segnato Ferrante, ma il Cittadella di Glerean non demorde e trova il pareggio nella seconda frazione con un tiro imparabile di Giacomin al 69’. Poco dopo arriva l’intuizione del mister veneto: fuori il centravanti titolare, Ghirardello, e dentro il semisconosciuto romeno Mihai Baicu.  Proprio lui a dieci minuti dalla fine, lanciato da Andrea Caverzan, sguscia tra i torinisti Stefano Fattori e Mauro Bonomi e batte Bucci per il 2-1. Cambiano i nomi, ma non cambia la sostanza. Il 3-3-4 glereaniano, che può volgere all’occasione al 3-3-1-3, è un’arma che scompiglia le carte e crea grattacapi anche ad avversari più attrezzati che si vedono costretti ad arretrare il baricentro, magari inserendo un difensore per coprire l’uomo in più sul fronte d’attacco. Ricorda ancora con piacere il tecnico, il “fastidio” che dava il suo Cittadella alle grandi del torneo. “Quando giocavamo contro squadre blasonate gli allenatori avversari alla vista dei nostri 4 attaccanti arretravano un difensore per coprirsi”.

Mihai Baicu con la maglia del Cittadella
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In quella stagione il Davide in maglia granata ha spaventato tanti Golia e Glerean, con il suo 3-3-4, inizia a essere conosciuto fuori dai confini locali. Finalmente, perché il tecnico nato a San Michele al Tagliamento, provincia di Venezia, non è un esordiente ma ha già una discreta gavetta nelle categorie inferiori da quando nel 1987 appende le scarpette al chiodo. Gli inizi sono con la Marostince, in Seconda Categoria, il penultimo gradino della piramide calcistica nazionale: due campionati e due promozioni di seguito. Fino alla Promozione, un campionato in cui si gioca già un calcio impegnativo: in qualche modo il primo indizio che il Glerean allenatore poteva fare bene. Così nell’estate delle Notti Magiche e delle esultanze di Totò Schillaci viene chiamato dal Caerano, provincia di Venezia, per affrontare l’Interregionale: un altro gradino scalato verso il professionismo. Con i veneziani il rapporto dura però una sola stagione perché il tecnico viene messo sotto contratto dall’ambizioso Bassano. Sono lontanissimi e inimmaginabili i fasti dell’era Rosso ma i giallorossi sono una bella realtà locale che vive floridamente ai margini del professionismo. Comunque una palestra per Glerean che può continuare a lavorare sui concetti in cui crede. Un calcio offensivo che si basa su quel suo mantra che lo accompagnerà per tutta la carriera: segnare un gol più dell’avversario, divertendo chi sta in campo e chi è fuori sugli spalti. La cosa gli riesce particolarmente bene durante il secondo campionato quando conduce i vicentini ad un ottimo quinto posto in campionato, un punto dietro al Caerano, a quattro dal Cittadella e da quel che sarà il suo futuro.

Prima però c’è da perfezionare il suo modulo, lo stare in campo offensivo doveva avere una forma tattica subito riconoscibile: tre difensori dietro, tre centrocampisti, quattro attaccanti, in linea, con gli esterni da sette polmoni, bravi anche in fase di copertura. Un modulo che fa l’occhiolino all’Olanda del calcio totale di Rinus Michels che aveva in Johan Cruijff straordinario interprete. Per fare questo anche in provincia ci vogliono i Cruijff, i Rep o i Rensenbrink con le caratteristiche giuste per sposarsi con questa concezione estrema di calcio. L’incontro avviene a San Donà di Piave ed è un matrimonio da favola. La prima stagione in Serie D si conclude con un formidabile promozione che riporta la compagine veneta tra i professionisti a distanza di 42 dall’ultima volta. È un testa a testa con il Valdagno che si risolve alla penultima giornata con una sfida decisiva tra le due contendenti. Lo stadio Zanutto di San Donà è pieno in ogni ordine di posto ed è il set perfetto per l’ultimo ciak di un film capolavoro diretto da Glerean. Segna Adriano Meacci, che con i suoi 20 gol è il terminale offensivo ideale della macchina da guerra di Glerean, ma è il gruppo, con giocatori come Giacomin e gli esperti Garau e Zanon, la vera forza del Sandonà. La promozione in C2 però è solo la tappa intermedia verso la rivoluzione tattica glereaniana: il 3-3-4 radicale, il fatidico modulo con “l’uomo in più”. Questa rivoluzione si compie la stagione successiva, 1994-1995. Per affrontare la C2 la società cerca di accontentare il tecnico. Arrivano Giovanni Soncin, Diego Caverzan, Ivone De Franceschi e Stefano Polesel. Sono loro il quartetto di “rivoluzionari” che mette a disposizione cuore, gambe e polmoni per la causa. Il 3-3-4, il pensiero fisso di Glerean.  “Avendo visto l’Ajax di Cruijf – ricorda Glerean – avevo l’idea di riproporlo anche da noi. Ma non avevo mai avuto la possibilità a Marostica e Bassano, quindi dovetti aspettare il Sandonà. Qui avevo Caverzan e Soncin, Polesel, De Franceschi. Non era il 3-3-4 come quello dell’Ajax ma alla mia maniera con tre difensori, tre centrocampisti che sapevano difendere e quattro attaccanti liberi di attaccare”.

La Nuova Venezia del 3 maggio 1994 celebra il successo del Sandonà
Foto: www.facebook.com/Il-Calcio-San-Donà-la-Storia-il-Libro

L’alchimia è quella giusta tanto che la stagione dell’esordio in C2 si chiude con un sorprendente secondo posto a un punto dal Montevarchi e con l’eliminazione ai play-off contro il Fano. Ma al di là del risultato sul campo è la filosofia del tecnico di San Michele al Tagliamento a vincere su tutta la linea. Un calcio propositivo che porta la neopromossa ad essere, insieme al Montevarchi, il miglior attacco del torneo con 55 reti, ma soprattutto a lanciare una batteria di giovani giocatori tra cui spicca il veneziano Stefano Polesel, trequartista sa attivare gli avanti biancoazzurri, ma sa anche mettersi in proprio per trovare la via della rete. Alla fine della stagione sono 9 le segnature del ragazzo di Burano che gli valgono le attenzioni del Cagliari di Trapattoni. Un passaggio dalla C2 alla A senza tappe intermedie. Un viaggio troppo lungo non tanto per il talento del ragazzo, quanto per la sua attitudine che lo rende incapace di fare i conti con il distacco dalla sua terra. Parte per il ritiro con gli isolani, ma dopo pochi giorni sfruttando un permesso, decide di lasciare la comitiva e di tornare in Veneto. Scegli di rimanere a Sandonà, alla corte di Glerean che forse per questo ancora oggi lo annovera tra i giocatori più di talento mai allenati “Polesel era un giocatore di grande talento, di una qualità immensa. In C2 con il Sandonà fece un campionato straordinario, poi è andato in ritiro al Cagliari con Trapattoni ma tornò quasi subito in Veneto. Per le doti che aveva poteva andare in Nazionale e far vedere cose importanti in A”. A novembre Polesel, accetta la proposta del Venezia e sale di categoria arrivando in B, lasciando “orfano” il suo profeta. Il Sandonà, pur mettendo in mostra la solita organizzazione di gioco, non ripete l’exploit del campionato precedente.

La linea tracciata da Glerean è però evidente così nell’estate del 1996 dalla vicina Cittadella arriva la chiamata che gli cambierà la carriera. Piergiogio Gabrielli, figlio di Angelo, imprenditore siderurgico, e storico presidente della società, decide di puntare tutto sul rivoluzionario Ezio. La categoria è ancora la C2 e servirà una stagione di rodaggio prima di centrare l’obiettivo promozione ma soprattutto sarà necessario il ritorno alla corte di Glerean di alcuni dei suoi “uomini”. Sono il difensore Davide Zanon e il centrocampista Andrea Caverzan che, insieme a Giulio Giacomin, riformano l’ossatura del Sandonà. La stagione è una sinfonia avvincente che vede i padovani giocare a mille allora. In un girone A che annovera squadre come il Varese, la Pro Patria, il Novara e la Triestina, i granata finiscono al secondo posto la regular season ma si distinguono per il maggior numero di reti segnate. Son ben 52, un biglietto da visita di tutto rispetto per affrontare i play-off vinti, ironia della sorte, con un solo gol all’attivo in due match. Uno a zero nel primo turno contro l’Albinese e zero a zero in finale contro la Triestina, il 13 giugno a Ferrara. Quasi catenaccio, l’antitesi alla poetica di Glerean. Ma non importa: il Cittadella è in C1 per la prima volta, dopo aver sconfitto una squadra che per blasone e storia accentua la portata dell’impresa. La cavalcata con i granata accende i riflettori sul tecnico che viene cercato dall’Empoli di Fabrizio Corsi in cerca del sostituto di Luciano Spalletti. Ma la Serie A non è la priorità di Glerean che declina l’offerta: rimane a Cittadella perché c’è un progetto di calcio da portare avanti, perché non è una questione di panchina ma di filosofia. La scelta, ancora una volta, dà ragione a Glerean. Un anno di ambientamento in C1 e poi arriva un’altra promozione, la quarta in carriera per Glerean e la prima in B per il Cittadella. Decisivi, ancora una volta, i play-off dopo un campionato chiuso al terzo posto dietro a Siena e Pisa ma dove, ancora una volta, il Cittadella si fa riconoscere per il secondo miglior attacco del torneo. Questa volta i gol sono 39, soltanto tre in meno di quelli del Varese. Il palcoscenico del miracolo è lo stadio Bentegodi di Verona, lo stesso in cui due decadi più tardi svanirà il sogno della A. La finale play-off vede fronteggiarsi i padovani e l’altra sorpresa della C1, il Brescello di Max Vieri. Una partita infinita che vede il suo epilogo ai supplementari dopo il pareggio del Cittadella pervenuto nel recupero dei tempi regolamentari. Succede tutto negli ultimi 5 minuti: all’85° il gol di Vieri su rigore gela il Cittadella, Glerean ordina ai suoi di riversarsi in avanti ma la partita sembra sfuggire vie senza possibilità di intervento. Sembra perché 25 secondi oltre il quinto e ultimo minuto di recupero, Mazzoleni spinge in rete con un’acrobazia più goffa che bella il pallone del pareggio. Da lì non ci si schioda e il Cittadella, dopo i supplementari d’obbligo, può festeggiare un nuovo storico traguardo raggiunto in virtù del miglior posizionamento in stagione. La Serie B è sua.

Cittadella-Brescello, la finale play-off che vale la B.

Quel che avviene dopo è noto e piuttosto conosciuto: la salvezza al primo campionato in cadetteria, giocando sempre prima per segnare e poi per non prenderle, perché come dice Glerean “In tanti davanti hanno sempre possibilità di segnare, se non lo fa uno lo fa un altro. Finché c’è un pallone abbiamo un riferimento importante quando ce ne saranno due in campo, sarà un problema”. Quattordicesimo posto finale, salvezza senza patemi: obiettivo raggiunto. Ancora B, ancora più difficile anche perché l’anno dopo al campionato partecipa anche il Napoli di quel giovane regista che si era ispirato a Glerean per il suo primo lungometraggio. La contaminazione ideale tra finzione cinematografica e realtà prende forma il 17 marzo 2002. Al San Paolo di Napoli va in scena la partita di ritorno tra i padroni di casa e il Cittadella di Glerean. All’andata i partenopei avevano sbancato l’Euganeo con un comodo tre a uno, il ritorno, con un Cittadella invischiato nella lotta per non retrocedere, sembra scontato nonostante il turbolento momento dei partenopei. Gli azzurri infatti sono in piena crisi societaria, con il presidente Giorgio Corbelli arrestato pochi giorni prima per traffico di opere d’arte false, e i tifosi in rivolta. Il campo, come spesso accade, dice altro. Il gol del vantaggio partenopeo messo a segno da Roberto Stellone al 1° minuto sembra spianare la strada ai padroni di casa, ma i veneti tengono il campo facendo fronte al maggiore tasso tecnico dei napoletani. Attaccano e trovano l’1-1 dopo otto minuti con un guizzo di Stefano Ghirardello. Da lì, la partita non cambia e alla fine del triplice fischio il vincitore morale è il Cittadella di Glerean. Proprio lui, in casa, e probabilmente davanti agli occhi, di Paolo Sorrentino che mai avrebbe immaginato un epilogo simile di quella che fino a quel momento era stata solo una suggestione, un espediente narrativo su cui costruire un racconto filmico.

Alla fine della stagione il Cittadella, retrocederà a testa alta e il Napoli di Sorrentino non andrà oltre un anonimo quinto posto. Durante l’estate Glerean passa al Palermo e a Napoli è tempo di nuove illusioni. Entrambe le vicende, proprio come ne “L’uomo in più” avranno esiti poco positivi: il Napoli chiude il campionato 2002-2003 addirittura al sedicesimo posto, Glerean resisterà a Palermo solo 10 partite non entrando mai in sintonia con una realtà troppo lontana dal mondo a cui è abituato. “Io e il mio staff  – ricorda Glerean – ci buttammo in questa nuova avventura, in un modo di intendere il calcio diverso da quello che avevamo conosciuto fino a quel momento. Il nostro calcio si basava sui rapporti tra persone che accettavano delle sfide in maniera onesta. Invece trovammo un ambiente in cui ognuno andava per conto proprio. Zamparini mi disse: “prendiamo Foschi come direttore sportivo”, io risposi: “presidente io non lo conosco se lei reputa che sia la persona giusta, per me va bene”. Ma forse Foschi non era la persona giusta per me. Io volevo portare avanti dei giovani, Mascara, Brienza e Santana, Foschi invece puntava su Zauli che era a fine carriera e a me non serviva. Eppure: avevamo fatto bene le prime dieci partite tra amichevoli e partite ufficiali, battendo anche il Chievo in Coppa Italia. Non bastò.”

Ezio Glerean durante la breve parentesi palermitana
Foto: www.ilovepalermocalcio.com

Dopo Palermo il tecnico torna in Veneto, nel Padova prima e nel Venezia poi, finirà con due esoneri che lo spingeranno, dopo una fugace esperienza con la Spal, ad accettare la proposta del Bassano. È l’estate del 2006, per Glerean è un ritorno e, come qualche anno prima il matrimonio, è proficuo: tre stagioni in crescendo che portano i giallorossi a sfiorare la promozione in C1 per ben due volte. Le strade si separano dopo la stagione 2008-09 ma Glerean e il suo gioco sono tornati protagonisti. Dopo c’è spazio per una fugace ma esperienza alla guida del Cosenza in C1: è il 2010, poi una lunga pausa. Di riflessioni, di presa di distanza dal mondo del calcio professionistico, forse. Un periodo che comunque permette a Glerean di insegnare calcio, come piace a lui, ai giovani del Sassuolo, con il suo progetto “La Giovane Italia” dove un ruolo chiave lo ricopre l’autogestione dei calciatori. E poi il suo libro “Il Calcio e l’isola che non c’è”, prima di tornare, nel 2017, in panchina, a Marostica, dove il suo personale sogno di calcio totale aveva iniziato a prendere forma.

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