Un 2019 da (ri)leggere

Il meglio del nostro 2019.

In questo 2019 che si sta per concludere abbiamo raccontato tante storie, a volte ci siamo riusciti bene altre volte forse meno, ma ripercorrendo a ritroso i post della nostra pagina ci siamo accorti che qualcosa di bello è uscito. Così abbiamo deciso di condividere questo pensiero con voi e di regalarvi quelli che secondo noi sono i contenuti più interessanti che abbiamo prodotto.
A questo punto non ci resta che augurarvi una buona lettura.

Fausto Rossini, i centimetri giusti al posto giusto

27 maggio 2007, ultima giornata di campionato: al Dall’Ara di Bologna Catania e Chievo si giocano l’ultima speranza di non seguire Ascoli e Messina in Serie B. Chi perde è praticamente retrocesso, visto che il terzo in ballo, il Siena, gioca in casa con la Lazio già sicura di un posto in Champions. La partita è bloccata sullo 0-0 nonostante una lieve superiorità degli etnei, un pareggio che però condannerebbe i rossoazzurri. Bisogna segnare per questo Marino all’11° del secondo tempo inserisce Fausto Rossini, 188 centimetri e tanto peso al centro dell’attacco siciliano. Il centravanti fino ad allora aveva segnato un solo gol ma poco importa, quel giorno servivano i suoi centimetri e quella sua stazza da granatiere per abbattere la diga clivense. La mossa riesce: nove minuti dopo il suo ingresso, Rossini si fa trovare pronto sul cross di Lucenti dalla trequarti destra. Una girata di testa che fa secco il clievense Squizzi: rete. I suoi centimetri, il suo fisico statuario avevano portato in cielo il Catania che riuscirà a legittimare la vittoria – più tardi segnerà anche Minelli – e raggiungere una problematica salvezza. Quel fisico che nel corso della carriera di Rossini non è stato quasi mai alleato di quelle caviglie troppo fragili, di quei muscoli di carta velina, ostacolando l’ascesa di un attaccante che solo quattro anni prima aveva schiantato il Milan – futuro campione d’Europa – con una tripletta a San Siro che dalle parti di Bergamo ricordano ancora. Gol che sono lì a confermare che chi vedeva in questo ragazzone nato a Grosseto il 2 marzo 1978 il futuro dell’attacco Azzurro non era pazzo e che probabilmente, se il fisico avesse giocato insieme a lui, ci avrebbe azzeccato. Come Emiliano Mondonico che lo allenò all’Atalanta e che sul suo conto non nutriva dubbi: in Nazionale il dopo Vieri si chiamava Rossini.

Rossini con la maglia del Catania.
Foto da www.calciocatania.com.

Le lunghe leve di Roberto Murgita

Murgita non era uno spettacolo per gli occhi: alto, filiforme, sgraziato e con in piedi non era certo un giocoliere. Giocava davanti, come boa e a prima vista aveva la faccia di chi sembrava avesse sbagliato sport. Eppure quel suo fisico è la sua arma più potente, non è la chiave per segnare a ripetizione – Murgita non è un bomber da 20 gol a stagione -, ma è grazie alla sua fisicità che si aprono spazi per le sortite dei compagni. Murgita si batte senza risparmiarsi, salta di testa e lancia le sue lunghe leve più lontano che può, ad arpionare ogni pallone. A fare da sponda, a creare varchi per i compagni di squadra: come alla sua prima stagione da titolare in Serie A con il Vicenza. Dieci gol sul campo, tutti su azione, ma soprattutto un lavoro sporco che mette in luce il talento cristallino dell’uruguaiano Otero, dando vita a una coppia gol temibile che contribuisce a rendere i biancorossi una matricola terribile. Rimane tre stagioni in Veneto, due di queste in A: saranno le più significative della suo carriera. Poi il passaggio al Piacenza e la discesa in B con il Napoli, mentre il fisico, sua arma vincente, patisce precocemente l’incedere del tempo. C’è spazio ancora per un sussulto nella stagione ’99-’00 con la maglia del Ravenna, sarà il suo ultimo acuto a sigillare una carriera che gli ha regalato più di una soddisfazione. Una cavalcata che l’ha portato a segnare in A e ad alzare la Coppa Italia. Non male per uno che, ai tempi del Genoa, Franco Scoglio provò a spostare a centrocampo, pensando a un suo utilizzo come frangiflutti davanti alla difesa. Lontano dall’area di rigore. Quella volta il professore si sbagliò, per fortuna di Murgita e anche del nostro calcio.

Roberto Murgita stretto nella morsa di Aldair e Thern.

Dai trionfi con i Reds al rosso del Monza, la storia di Sander Westerveld

La provincia, qualche volta, racconta storie che non ti aspetti, come quella di Sander Westerveld, portiere olandese che con i brianzoli scelse di affrontare l’allora Lega Pro per due stagioni, tra il 2009 e il 2011. Lui che fino a una decina di anni prima era nel giro della nazionale del suo paese e si era distinto con un’altra maglia rossa, quella del Liverpool, con cui aveva vinto una Coppa Uefa, nella rocambolesca finale con l’Alaves e una Supercoppa Europea. Fatto sta che nell’estate del 2009 i dirigenti monzesi riuscirono nell’impresa di convincere Sander a scendere di categoria e ad esplorare un paesaggio che aveva visto semmai solo alla TV. Era un Monza già votato all’Olanda, in rosa c’erano i fratelli Seedorf – Chedric e Stefano – e, forse proprio per la presenza dei “celebri” compatrioti, il numero uno decise di accettare le avances dei biancorossi. C’era entusiasmo nella piazza, la dirigenza prometteva la B nel giro di pochi anni. Ma i fratelli Seedorf e qualche giocatore di categoria, non fanno il calcio totale oranje e come spesso accadeva da quelle parti la promessa venne disattesa. Se la stagione 2009-2010 si chiuse con un anonimo 10 decimo posto, quella successiva fu un’agonia che portò i brianzoli a retrocedere – poi ripescati – miseramente sul campo dopo i play-out. Un biennio in cui anche il portiere olandese, ormai 35enne, non potè fare altro che seguire l’andazzo della squadra alternando prestazioni più che sufficienti ad amnesie macroscopiche che sono costate punti e qualche malumore tra i tifosi. Come quella che regalò il il gol del 2-2 al Figline, nella sfida del Brianteo del dicembre 2009: quella palla che gli sfugge di mano come fosse cosparsa d’olio e il suo disperato tentativo di recuperare che lascia sguarnita la porta. Cose che capitano a un portiere, succedono anche ai più forti; situazioni che possono accadere con più frequenza verso la fine di una carriera o in stagioni particolarmente disgraziate per la squadra per cui si gioca. A Monza, il buon Westerveld, le visse in contemporanea.

Westerveld con la maglia del Monza.

La magica stagione 1998-99 del Bologna e di Jonatan Binotto

La stagione 1998-99 è stata per il Bologna una delle più esaltanti della storia recente del club rossoblù. La lunghissima cavalcata in Europa, iniziata dall’Intertoto il 18 luglio ’98 contro il National Bucarest e chiusa, nove mesi dopo, dal rigore di Laurent Blanc a tre minuti dalla fine di una partita che avrebbe regalato la finale di Uefa ha appassionato anche chi bolognese non era. Era il Bologna di Carletto Mazzone, del 10 transitato dal Divin Codino a Beppe Signori, venuto in Emilia a godersi gli ultimi stralci di carriera; di Carlo Nervo e Michele Paramatti, istituzioni da quelle parti. Ma era l’annata anche di ragazzi promettenti. Soprattutto nelle fasce: c’era un brasiliano Eriberto, che qualche anno più tardi si scoprì essere Luciano di qualche anno più anziano, e un ragazzo dalla chioma riccia e dal pizzetto esageratamente nineties. Si chiamava Jonatan Binotto, era nato a Montebelluna il 22 gennaio 1975, e si era fatto conoscere per le sue sgroppate con la Nazionale Under 21. Fuori di lì però il suo potenziale sembrava avesse la museruola: Binotto non riusciva – se non in rari sprazzi – a esprimersi come avrebbe potuto, rimanendo eterno giocatore di prospettiva nelle rose delle squadre di A e B. Nel 1997-98, Binotto è in B con il Verona e, lasciato in pace da infortuni e guai muscolari, si ritaglia un ruolo da protagonista mostrando finalmente continuità nelle prestazioni. Arriva così la chiamata del Bologna: non è subito titolare, Mazzone, che di giovani ne ha svezzati tanti, lo fa entrare progressivamente negli schemi di gioco rossoblù. Ma quando gioca, e succede sempre di più, Binotto risponde presente e schizza con elegante velocità sulla sua fascia destra. Come nel quarto di finale di Uefa contro il Lione davanti al pubblico del Dall’Ara. 54esimo minuto: c’è uno scambio volante sulla tre quarti tra Binotto e Signori che lancia l’ala sulla sua fascia destra mettendola in posizione di affondare con le sue lunghe leve nella retroguardia francese e battere il portiere avversario. C’è tutto il repertorio di Binotto nell’azione che vale il 3-0, intelligenza tattica, velocità di corsa e tocco delizioso a scavalcare l’estremo difensore francese. C’è tutto quel bagaglio tecnico di un giocatore che nella sua carriera ha dimostrato soltanto parzialmente tutto il suo valore.

Jonatan Binotto con la maglia del Bologna

Welcome Cowans and Rideout. You are already in our hearts

Nell’anno dell’Inghilterra e delle Fab Four nelle finali europee, facciamo un tuffo in provincia e proviamo a ricordare chi è arrivato dall’oltre Manica per misurarsi con il calcio nostrano. Estate 1985, il Bari di Vincenzo Matarrese ritrova la Serie A a quindici anni dall’ultima volta. La piazza è un carnevale permanente che non vuole smettere di far festa. In panchina siede Bruno “Maciste” Bolchi, l’artefice di un miracolo che ha portato i Galletti in Massima Serie partendo dalla C. In tre stagioni come nelle favole. Ma il pubblico ha bisogno di sogni, ecco allora che il borsello del presidente si apre e dalla Puglia parte verso Birmingham e le casse dell’Aston Villa, un miliardo e mezzo di lire che serve per portare in biancorosso un duo tutto British. Si tratta Gordon Cowans e Paul Rideout, compagni di squadra ai Villans e primi stranieri ad arrivare a Bari dalla riapertura delle frontiere. 
Il primo, detto “El Cid” – condottiero -, per la sua capacità di dettare i ritmi nella zona nevralgica del campo, è un regista tecnico con un discreto fiuto per il gol che da titolare con l’Aston Villa ha vinto la Coppa Campioni e Supercoppa Europea. Il secondo è un centravanti all’inglese, fisico e generoso: veniva chiamato Bullet – pallottola – e in due stagioni a Birmingham era riuscito a bucare la rete in 19 occasioni. 
Non stupisce quindi che al loro arrivo all’aeroporto di Bari ad attenderli ci siano già gli striscioni dei tifosi che così recitano: “Welcome Cowans and Rideout. You are already in our hearts”. In poche parole i due sono già idoli.
Il campo dirà qualcosa di diverso: pur non sfigurando i due inglesi non riuscirono a imporsi in maniera netta. La prima stagione si concluderà con la retrocessione della squadra: la stagione di Cowans è condizionata da un infortunio che lo tiene ai box per due mesi, mentre Rideout non riesce ad essere la macchina da gol che tutti si aspettano. Rimane una memorabile doppietta alla Roma il 22 settembre e pochi altri lampi. Ma “Cid” e “Bullet” non sono tipi che mollano subito e non sono neanche schizzinosi. Accettano la discesa in B, dove rimangono per due stagioni, facendosi comunque apprezzare per il loro attaccamento alla maglia. Forse non erano due campionissimi e probabilmente le aspettative su di loro erano troppo elevate ma dalle parti del San Nicola, i loro nomi riecheggiano ancora insieme a quelle di altri britannici che hanno indossato la maglia biancorossa.

L’arrivo di Cowans e Rideout a Bari.

Quando Gaucci provo ad ingaggiare Birgit Prinz

Tra la prima metà dei Novanta e l’inizio del Nuovo Millennio, i tifosi del Perugia hanno vissuto un periodo magico sospeso tra un revival del positivismo yuppie anni ’80 e una propensione globalista che avrebbe portato il Grifone ad essere riconosciuto fuori dai patri confini. Lontano dalla provincia. Così insieme alle promozioni, dalla C1 alla Serie A, arriva a braccetto anche la “politica estera” del presidente Luciano Gaucci che porta in Umbria calciatori provenienti dalla latitudini più diverse. Arriva il giapponese Hidetoshi Nakata – un giocatore vero -, ma anche Ma Mingyu – primo cinese in un club italiano, più di un oggetto misterioso – e il “bomber” persiano Alì Semereh. Ma la presidenza Gaucci sa fa parlare di sé non solo per gli acquisti conclusi ma anche per operazioni quanto meno fantasiose come quando nel dicembre 2003 si muove per provare a portare a Perugia, Birgit Prinz, stella della nazionale tedesca di calcio femminile e del Francoforte. Uscì alla sua maniera Gaucci, sbandierando l’idea ai giornali, occupando prime pagine non solo in Italia. L’11 dicembre 2003 la Bild – popolare quotidiano tedesco titolava “La nostra campionessa del mondo Birgit Prinz: prima donna in un campionato di uomini?” L’idea di Gaucci, presa inizialmente come una boutade, stimola un dibattito tra chi vorrebbe che l’operazione si concretizzasse e chi bolla tutto come la solita furbata del vulcanico presidente. Una provocazione che finirà per ledere l’immagine stessa di Prinz e del movimento femminile in generale. La tedesca comunque prende in considerazione l’offerta e la possibilità diventare la prima donna a giocare in una squadra maschile professionista. Si prende il giusto tempo prima di rispondere, pensa prima di replicare a un gioco che sta avvenendo sopra la sua testa, quasi esclusivamente tra maschietti. Il 23 dicembre 2003 rompe il silenzio e mette la parola fine alla vicenda: “Amo troppo il calcio – dice la giocatrice- per rischiare di essere usata al massimo per pochi minuti in una squadra maschile”. Giusto così? Sì, perché se, e quando, ci sarà mai una squadra mista maschile e femminile in campo, l’ultima parola dovrà essere delle donne. Custodi del loro corpo e responsabili della loro femminilità.

La campionessa tedesca Birgit Prinz

Il primo gol europeo dell’Empoli

Dalle parti del Castellani il 20 settembre 2007 non è una data qualsiasi. Quel giorno nella storia del “piccolo” Empoli è cerchiato in rosso, perché è il segno del debutto assoluto in una competizione europea. Si tratta dalle Coppa Uefa, di un primo turno che mette davanti ai toscani gli svizzeri dello Zurigo. Un avversario esperto d’Europa ma non irresistibile. Gigi Cagni, allenatore degli azzurri, sa che l’Europa è solo una bella scampagnata perché l’obiettivo della stagione è l’ennesima salvezza. E per questo manda in campo una formazione che sembra l’Under 21: un massiccio turnover porta nell’undici titolare tre ’87 e cinque ’86, tra questi Marchisio, Marzoratti e Abate. Tra i più “vecchi” c’è un difensore, uno dei titolari della squadra, si chiama Felice Piccolo; gioca centrale ed è di scuola Juventus. È stato scelto per guidare la difesa e per dar tranquillità alla batteria di giovani mandati in campo a morder le caviglie avversarie. Nessuno si immagina che dalla sua testa scaturisca il gol che sblocca il match. Succede tutto all’ultimo minuto del primo tempo: da un’incursione sulla destra di Abate nasce un calcio d’angolo. Sulla battuta successiva il pallone spiove in area dove Piccolo, nella giungla di maglie bianche, riesce a staccare più alto di tutti. Rimane in aria il tempo necessario per spizzicare, quasi accarezzare, la sfera e dirigerla verso la porta avversaria. Il pallone si abbassa e finisce sull’angolo basso alla destra del portiere Johnny Leoni che si incarta su stesso e non riesce a trattenere il pallone. È un gollonzo, come direbbe la Gialappa’s, ma è valido e serve a portare sull’1-0 gli empolesi. (La gara finirà 2-1 per l’Empoli) Ma soprattutto è una rete che entra di diritto nella storia del club: quello di Piccolo è il primo gol europeo degli azzurri. Un’Europa che dura solo due partite – al ritorno lo Zurigo ribalterà il 2-1 del Castellani – ma lascia il profumo dell’ebbrezza che solo certe cene di gala sanno rilasciare. Quello con lo Zurigo sarà anche il primo e unico gol di Piccolo con la casacca dell’Empoli. Lui in Europa ci tornerà passando dalla porta principale, quella della Champions League giocata da campione di Romania con la maglia del CFR Cluj.

Felice Piccolo con la maglia dell’Empoli.
Foto da: http://
piccolomuseodelcalcio.blogs
pot.com/
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𝐓𝐨𝐦𝐚𝐬𝐨 𝐓𝐚𝐭𝐭𝐢, 𝐮𝐧 𝐬𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚

Il 17 dicembre 2000 si gioca l’undicesima giornata di campionato. Al Curi di Perugia, il sorprendente undici di Serse Cosmi ospita il Bari del “genietto” Cassano e del suo pigmalione Fascetti. I galletti, nonostante l’estro del talento di Bari Vecchia, navigano nei bassifondi della classifica e arrivano in Umbria decisi a portare a casa punti pesanti. L’espulsione di Materazzi sembra poter dare una spinta ai pugliesi ma invece è il Grifo a caricarsi che passa in vantaggio con una doppietta di Giovanni Tedesco e metto al sicuro la partita con Saudati. Il gol di Mazzarelli ha soltanto il sapore della rete della bandiera. Ma al Curi le emozioni non sono finite. A 7 minuti dalla fine, Serse Cosmi richiama in panchina una stremato Saudati e butta nella mischia il quarto attaccante della rosa: Tomaso Tatti. Sembra più un premio fedeltà che altro, ma cinque minuti dopo il suo ingresso, il ventottenne nato a Teti, provincia di Nuoro, batte Gillet con un preciso diagonale. È un gol che non cambia l’inerzia della partita ma è il primo – e unico gol – dell’avanti sardo in A. La sorte vuole che accada proprio contro il Bari, la squadra con cui aveva esordito in Massima Serie una decina anni prima. Era il 14 aprile 1991, la partita Bari-Fiorentina. Da quella volta Tatti aveva girato l’Italia segnando in tutte le categorie, senza mai essere un cannoniere ma mettendo a disposizione il meglio del suo repertorio. La rapidità e la mobilità che lo facevano diventare una punta difficile da marcare, una manna dal cielo per tanti allenatori di Serie C e per i suoi partner d’attacco. Così non stupisce che, dopo due stagioni allo Spezia e due al Matera, sull’attaccante si siano posati gli occhi dell’ambizioso Cosenza che lo mette sotto contratto nell’estate del 1995. È l’inizio di un sodalizio che sarà proficuo per entrambe le parti: i calabresi si assestano in Serie B – ad eccezione della stagione 1997-98 – e Tatti diventa uno degli emblemi di questo lustro. L’annata che coincide con il ritorno i B dei Lupi è forse il suo capolavoro: per la prima volta in carriera l’attaccante raggiunge la doppia cifra segnando con una regolarità disarmante. Quattordici centri, come i numeri 9 veri, reti che pesano e che non fanno solo statistica ma aiutano concretamente il Cosenza a rimanere nella cadetteria regalando alla sua gente un’altra stagione di alto livello. Ma sono 14 gol che servono soprattutto a rilanciare le quotazioni di un giocatore che sembrava destinato a un indecifrabile anonimato. Servono a tornare in A per segnare quell’unico gol che per tutti fa solo statistica per lui chiude un cerchio iniziato nella primavera del 1991.

Tomaso Tatti con la maglia del Cosenza.

𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐯𝐨 𝐯𝐨𝐥𝐥𝐞 𝐨𝐦𝐚𝐠𝐠𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐔𝐧𝐢𝐭𝐞𝐝

Siamo all’alba della stagione calcistica 2012-2013, il Chievo presenta la squadra con la quale affronterà la sua undicesima stagione in A e con essa anche i kit di gara. A fianco della classica gialloblu ed una rinnovata divisa bianca con righe sottili nere, la terza maglia è un bicolor verticale verde e oro. La spiegazione della scelta arriva direttamente dal presidente clivense Luca Campedelli, appassionato collezionista di maglie vintage, che spiega come quella terza muta sia un omaggio alla storia del Manchester United. Verde e oro, infatti, erano i colori sociali del Newton Heath Football Club, il club che sarebbe poi divento lo United che oggi conosciamo caratterizzato dal rosso delle casacche dei suoi calciatori. Ma i colori delle origini tornarono anche nella storia recente delle United, “rispolverati” nello slogan dei tifosi che si opponevano alla proprietà dello statunitense Malcolm Glazer. “Green and gold till the club is sold” gridavano nella stagione 2009/2010 i tifosi più alla mentalità Red Devils.
Non sappiamo se quelle urla siano arrivate anche alle orecchie di Campedelli, sappiamo però che la nuova maglia non piacque particolarmente a Pellissier che rivolgendosi al suo Presidente disse. “Giallo e verde sono i colori degli arbitri: noi quando mai la metteremo?” Dal canto suo il patron clivense rispose “Tu cosa ne sai di maglie? Ti pago per segnare i gol e ti pago anche quando li sbagli”.
Le maglie “del Manchester” debuttano per davvero il 22 settembre a Torino contro la Juventus. In quella partita, pur disputando una buona gara, i veronesi sono costretti ad arrendersi per 2-0. Ma le maglie dal sapore British non finiscono in soffitta, tornano neanche un mese più tardi a San Siro contro il Milan. Per l’occasione, forse memore delle parole del suo presidente, Pellissier fa il suo mestiere battendo Abbiati al 18’ e rispondendo al vantaggio di Emanuelsson. Purtroppo però l’acuto del capitano clivense non basta perché il Milan dilaga segnando altre quattro volte. La terza maglia del Chievo forse non assomiglia alla divisa degli arbitri, ma sicuramente non è nata sotto una buona stella.

La maglia giallo-verde del Chievo.

Orazio Sorbello e la storica B dell’Acireale

La storia calcistica dell’Acireale ha il suo momento epico nella prima metà degli anni Novanta con l’eco dei mondiali di Italia ’90 e delle grida di gioia Totò Schillaci – siciliano di Palermo – ancora nelle orecchie. Nei primi anni dell’ultima decade del Millennio, i granata raggiungono i massimi risultati sportivi: nel 1991 raggiungono per la prima volta la C1 dopo una vita passata a cavallo tra i dilettanti e la C2. Non è una gioia effimera, ma l’inizio di un viaggio collettivo che coinvolge la squadra e la città, portandoli a vivere un paradiso che ha le fattezze ruvide ma affascinanti della Serie B. Dopo un paio di stagioni di apprendistato l’Acireale, infatti, compie la più grande delle imprese: la promozione nella serie cadetta. Il traguardo viene raggiunto in maniera rocambolesca: il 6 giugno, infatti, l’Acireale, terzo in campionato, viene sconfitto nello spareggio dal Perugia ma il colpo di scena è dietro l’angolo. Il 30 giugno 1993 la Commissione Disciplinare della Lega Calcio di Serie C che indaga sulla partita di campionato tra Siracusa-Perugia, sospetta di essere stata combinata, decreta la revoca della promozione del Perugia e la squalifica del presidente Gaucci. La sentenza viene confermata dalla CAF poco dopo e questo per l’Acireale significa una sola cosa: ripescaggio e promozione in Serie B. La prima nella storia. In quella squadra la punta di diamante è Orazio Sorbello, un acese DOC, tornato a vestire la maglia della sua città natale dopo dodici anni, nel corso dei quali si è fatto ammirare con la sorprendente compagine napoletana del Campania, attirando le attenzione dell’Avellino di Antonio Sibilia disposto a investire un miliardo di lire per portarlo in Irpinia. Era il novembre del 1983, i biancoverdi erano in Serie A, il Campania in C1. Il vulcanico Sibilia era d’accordo nel trovarsi con il suo corrispettivo in Lega Calcio per chiudere l’affare, dopo che nei giorni precedenti avevano definito tutti i dettagli. Ma il presidente napoletano Antonio Morra Greco cambiò idea all’ultimo e non si presentò nella sede della Lega Calcio: prese un taxi e si diresse all’aeroporto dove l’attendeva il suo volo. A fine anno Sorbello si trasferì al Padova in Serie B da dove iniziò una lunga serie di cambi maglia – Palermo, Catania, Modena, Avellino, Pescara – che non lo portarono più nelle condizioni di giocare in A né di esprimersi ai livelli del Campania. Fu quindi quasi naturale il suo ritorno a casa, nella squadra con cui tutto aveva avuto inizio. In quegli anni si ritrovano un attaccante nella fase finale della sua carriera e una squadra all’apice della propria parabola sportiva. Ne esce un cocktail inaspettato che inebria anche i palati più raffinati. Dopo la promozione in B, era scritto, doveva essere lui a sbloccare il risultato nella sfida casalinga con il Verona, e a dare la prima vittoria in B tra le mura amiche dello stadio Tupparello. Il gol arriva dagli undici metri, su rigore, ma quel pallone quel giorno ha il peso di una piuma perché nel suo piede c’è una città interna che spinge perché finisca non solo in porta ma anche nella storia del calcio.

Orazio Sorbello con la maglia del Modena.

Quella volta che Babú passò alla Roma

L’agosto 2013 è un ricordo indelebile per il brasiliano Anderson Rodney de Oliveira, noto come Babú, perché fu il mese del suo passaggio alla Roma. A trentadue anni, con un passato più che dignitoso con Salernitana, Lecce e Verona, dove aveva messo in mostra doti di grande corridore di fascia, e un presente incerto dopo le annate nebulose con le maglie di Latina, Pergocrema e Paganase. Ma allora perché il passaggio alla Roma? Non fu un errore di tesseramento, nemmeno un caso di omonimia; fu un’operazione voluta dal club giallorosso per far arrivare alla corte di Garcia, il suo pupillo Gervinho. In pratica il club giallorosso, sfruttando il regolamento in termini di trasferimenti, pensò di mettere sotto contratto il brasiliano, svincolato dalla Paganese, per poi girarlo a un altro club, liberando così un post da extracomunitario per Gervinho. Così avvenne: Babú venne annunciato dalla Roma e, nel breve svolgere di qualche giorno, girato all’Alcanenense, squadra B del Benfica militante in serie B portoghese. Babú lasciò la capitale senza di fatto mai varcare i cancelli di Trigoria, senza indossare mai la divisa giallorossa, ma per lui quell’estate rimane indimenticabile. In Portogallo però le cose non andarono per il verso giusto, tant’è che a novembre il brasiliano tornò in Italia. Di nuovo a Roma: questa volta giocherà, ma non con i colori giallorossi ma con il bianco-azzurro della Maccarrese, espressione dell’omonima frazione di Fiumicino, militante in Serie D. Qui troverà in squadra anche l’ex difensore del Torino Diaw Doudou, un pezzo di quella Serie A, incrociata a Lecce e Catania, ma mai vista con i colori giallorossi capitolini. La stagione si chiuderà con una manciata di presenze impreziosite da una rete. Nelle stagioni successive il brasiliano vestirà la maglia dell’Ilvamaddalena in Promozione, della Puteolana, del Sibilia, della Palmese, prima di approdare all’Afro Napoli. Per l’attaccante però non è ancora tempo di riporre gli scarpini: da quest’estate, infatti, è un giocatore del Real Agro Aversa, prima nel girone A della promozione campana.

Babù con il giallo-rosso del Lecce.
Foto da https://www.itasportpress.it.

Cejas, il portiere goleador

Quando Sebastián Cejas arriva in Italia, nell’estate del 2001, acquistato dalla Roma campione uscente, ha addosso l’etichetta di portiere goleador. Una cosa non tanto rara nel continente da cui proviene. Quel Sudamerica che aveva consegnato alla storia di questo sport grandi interpreti di questa duplice specialità: parare e segnare. José Chilavert, Rogerio Ceni o andando più indietro René Higuita e Jorge Campos sono solo i nomi più famosi che hanno reso celebre questa attitudine. Cejas, infatti, è argentino di Gualeguay e nel campionato di casa ha difeso la porta del Newell’s facendosi apprezzare oltre che per le parata anche per le sue reti. Non siamo ai livelli di Chilavert o Ceni, ma Cejas riesce a trovare la via della rete per 7 volte in 140 partite giocate con la maglia della “Lepra”. Prestazioni che valgono la chiamata romanista, anche se in giallorosso Sebastián non è chiuso da Antonioli e Pelizzoli . Così dopo pochi mesi da Roma si sposta più a Nord, a Siena, in Serie B. Con la maglia dei bianconeri toscani giocherà con più continuità anche se non troverà quei gol che tanto avevano fatto parlare di lui in Patria. La prima rete italiana però non è lontana: la stagione 2002-2003 Cejas è il portiere dell’Ascoli, ancora in B, titolare fisso e punto di riferimento della retroguardia picena. Lo è anche il 5 aprile 2003 quando al Del Duca arriva il Catania: la partita è combattuta. I padroni di casa passano in vantaggio con Giorgio La Vista e avrebbero la possibilità di raddoppiare poco dopo ma il rigorista Gaetano Fontana si fa neutralizzare il tiro da Luca Castellazzi. Dal 2-0 all’1-1 a quel punto è un attimo: una realizzazione di Georgios Kyriazis mette in bolla la contesa. Il match rimane in bilico fino al 64° quando l’arbitro assegna un rigore all’Ascoli. Questa volta però, sul dischetto non va Fontana, non se la sente, ma un giocatore che indossa una divisa blu e dei guantoni: Sebastián Cejas. L’estremo difensore prende la rincorsa e piazza un piattone sinistro che spiazza Castellazzi e dà il gol vittoria. Per il portiere argentino è il primo e unico gol italiano che serve a dare i tre punti all’Ascoli ma soprattutto a ricordare, a chi se lo fosse scordato, che lui a casa sua non parava soltanto ma sapeva anche segnare.

Foto di Federico De Luca da www.tuttomercatoweb.com.

Quando il Fiorenzuola sognava con il gol di Clementi

C’è un momento, intorno alla metà degli anni Novanta, in cui Piacenza è un punto luminoso nel calcio che conta. Da una parte i biancorossi della squadra del capoluogo si affacciano alla Serie A guidati in panchina da Gigi Cagni e trascinati in campo dalle reti del giovane Filippo Inzaghi, dall’altra la provincia piacentina rispondente al rossonero dell’US Fiorenzuola 1922, espressione calcistica di Fiorenzuola d’Arda. Il corrispettivo di Cagni si chiama Giancarlo D’Astoli, il nome dell’Inzaghi rossonero invece è Claudio Clementi, anche se la sua storia lo porta più verso Roberto Baggio. Anch’egli, infatti, è vicentino, ha mosso i primi passi con il Vicenza e avuto il suo primo momento di gloria quando nel 1988 aveva vinto il Torneo di Viareggio con la maglia della Fiorentina a cui era stato prestato per la kermesse viareggina. Poi un lungo cammino in provincia senza mai concretizzare appieno il suo talento, prima di arrivare a Fiorenzuola nell’estate del 1994. È l’estate che segna l’inizio del periodo d’oro del Fiorenzuola che nella stagione che seguirà arriva a sfiorare la B, persa in finale play-off con la Pistoiese mentre l’anno dopo fa parlare di sé arrivando al terzo turno di Coppa Italia dopo aver fatto fuori le più quotate Brescia e Torino. In entrambi gli scontri è decisivo l’attaccante vicentino autore del punto del 2-1 finale per i piacentini. Il cammino dei rossoneri si stoppa contro l’Inter che espugna, non senza fatica, il Garilli per l’occasione stadio di “casa” del Fiorenzuola. Ancora una volta un 2-1 in virtù delle reti Benny Carbone e Gianluca Festa e di Cristiano Scazzola per i rossoneri. Non va a segno Clementi in quella che per i tifosi di casa è una partita che ha il sapore di un premio prestigioso che aggiunge lustro a quanto di buono fatto fino a quel momento. Da il giusto riconoscimento a un gruppo che staziona nei quartieri alti della C1 e che ha in Clementi, autore di 30 gol in due stagione, il suo uomo immagine, l’alchimista che può rendere nobili i sogni nati tra le nebbie della provincia. La storia ci racconterà altro: nell’estate del 1996 Clementi passerà all’Udinese per fare il vice di Bierhoff e il Fiorenzuola non riuscirà più a ripetere i fasti di quel biennio.

Claudio Clementi impegnato in Coppa Italia contro la Roma.
Foto da: http://fiorenzuola1922.blogspot.com/.
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