Credits: Pagina Facebook Daring Club Motema Pembe De Kinshasa

Dalla fuga di Vicenza alla Nazionale, la storia di Christian Kanyengele

La storia di Kanyengele dalla fuga alla Nazionale.

Ottobre 1995, il Motema Pembe di Kinshasa, fresco vincitore della Coppa delle Coppe Africana, è a Vicenza per una doppia amichevole premio contro i biancorossi locali che stanno stupendo la Serie A, spinti dai gol dell’uruguagio Otero e guidati in panchina da Francesco Guidolin.
Sembra la più classica delle occasioni per fare una sgambata, scattare qualche foto ricordo e scambiarsi i rispettivi gagliardetti, se non fosse che gli africani arrivano da uno stato, lo Zaire, tenuto con pugno di ferro dal dittatore Mobuto. Un presidente che, in trent’anni di potere e di sistematiche violazioni dei diritti umani e soprusi, era riuscito a instaurare un regime che fondava la sua esistenza sulla costante appropriazione di risorse economiche, a personale tornaconto, e sulla corruzione diffusa.

L’amichevole del Menti inevitabilmente diventa un fatto politico anche senza riferimenti espliciti. In campo i biancorossi prevalgono per tre a zero nella prima sfida, mentre cadranno per tre a uno nella seconda. Il Motema Pembe in divisa bianca con bordature verdi è una buona squadra composta da diversi nazionali e giovani interessanti. Tra di loro c’è anche il diciannovenne Christian Kampamy Kanyengele, una punta che fa della velocità la sua caratteristica principale. Una rapidità che traspare anche nel prendere decisioni di importanza capitale, di quelle ti cambiano l’esistenza. Come la scelta repentina di abbandonare la sua squadra per tentare così di sfuggire al regime, rimanendo a cercare fortuna in Europa. Christian ha poche cose con sé, qualche vestito, pochi soldi e un biglietto del treno per Roma Termini.

 Nella capitale conosce qualcuno della comunità di zairesi sfuggiti a Mobuto, sarà una tappa intermedia prima di approdare in Belgio e cercare di sfondare nel mondo del pallone. Nel paese di Tin Tin sono molti i compatrioti che si sono affermati, facilitati dalla lingua e da un retaggio coloniale che stenta a scomparire.
Il progetto però non vedrà la luce: Christian arriva al confine ma viene fermato e rimandato indietro. Fine della corsa: il rettangolo verde diventa un miraggio reso sempre più nebuloso dalle necessità quotidiane. A rotolare non è più il pallone, ma una serie di lavori saltuari buoni solo per sbarcare il lunario. Muratore, cameriere, garzone. E la voglia di mollare tutto e rinunciare al calcio giocato.
Fino a quando un giorno, a Terracina,  un suo conoscente gli fa il nome di un certo Ricci,  un procuratore che ha lavorato molto in Africa. E allora Christian si mette in contatto con questo Ricci: è la sua ultima chance, forse la più facile da spendere visto che ormai non c’è più nulla da perdere.

Pochi mesi dopo, siamo nell’estate del 1996, Kanyengele è a Norcia sede del ritiro del Terracina per un provino con il club locale: l’incontro con Ricci almeno a qualcosa era servito. Quello che Kanyengele ancora non immagina è che proprio da quel paesino, incastonato nell’appennino umbro-toscano, sarebbe ripartito il secondo tempo della sua carriera di calciatore. I dirigenti del Terracina, all’epoca impegnato in Serie D, rimangono colpiti dalle doti dell’attaccante e decidono di tesserarlo con una formula quanto meno atipica: contratto da magazziniere, un milione di lire al mese, un motorino e uno stanza in cui vivere.

Kanyengele con la maglia del Savoia.

È subito un crack: nella prima stagione con i bianco-celesti, Kanyengele va a segno 15 volte; quella successiva è addirittura capocannoniere del torneo, spingendo la squadra a sfiorare la promozione tra i professionisti. Una dimensione a cui lui, approda la stagione succesiva, quando il Savoia, neopromosso in B, lo mette sotto contratto, regalandogli così il sogno di diventare professionista un lustro dopo la rocambolesca fuga dalla Nazionale e da Vicenza.  Non è una grande stagione per il Savoia che retrocede, nonostante la verve realizzativa di Ghirardello, la squadra è quel che è. La B è un salto troppo grande anche per Kanyengele che però può consolarsi con i primi gol in Serie B – realizzati contro Salernitana, Pescara e Monza – e, soprattutto, con la convocazione in Nazionale.
Già, il suo Paese che nel frattempo, grazie alle truppe di Laurent-Désiré Kabila, si era sbarazzato di Mobutu ed era diventato Repubblica Democratica del Congo. 
Non è il palcoscenico di un mondiale e nemmeno la chiamata per la Seleção ma per Kanyengele è il compimento di un percorso iniziato da bambino, a Lille, in Francia, dove aveva vissuto fino ai 7 anni, e continuato in Africa, nonostante il padre, giornalista e professore, avrebbe voluto studiasse.

 

Il Savoia intanto è deciso a tenerlo, nonostante in Serie C non si possano tesserare extracomunitari. Ma, proprio in quel periodo, tiene banco è il caso del nigeriano della Reggiana Prince Ikpe Ekong: il giocatore aveva ricorso al TAR di Reggio Emilia contestando la legge che impediva il suo tesseramento per i granata impegnati in C. Il 2 novembre del 2000 il giudice Stefano Scati accoglie il ricorso Ekong decretando l’uguaglianza giuridica dei comunitari con gli extracomunitari. Il 4 maggio 2001 la corte federale abolisce la norma e dà via libera per il tesseramento di giocatori extracomunitari. 

L’avventura in Serie C di Kanyengele può continuare; intanto con i bianchi del Savoia mette a segno 10 reti in stagione, buoni per essere notato dall’ambizioso Catania: il punto più della carriera. Con gli etnei l’attaccante congolese non riesce però a ripetere quanto fatto con il Savoia: in 25 presenze i gol sono solo due e a fine stagione lascia la Sicilia per andare in prestito alla Sandenedettese dove vi rimane per due stagioni, inframezzate da un breve ritorno a Catania. Mette insieme un numero discreto di presenze anche se con pochi gol, ma il suo nome rimane nel libropaga dei rossoazzurri che lo tengono in rosa anche nella stagione 2004-2005, l’ultima per Kanyengele in B. Poi per lui ci saranno solo le categorie inferiori con Sangiovannese e Sangiuseppese Neapolis senza più ripetere i fasti di Torre Annunziata e Terracina.

Ma, dopotutto, cosa importa? Kanyengele la sua sfida al mondo del calcio l’aveva vinta diventando un giocatore di calcio in Europa, la sua personale vittoria l’aveva conquista già quel giorno del 1995 quando decise di abbandonare Motema Pembe e non tornare a Kinshasa.

Fonti: Galdi Andrea, “Io, Christian, campione nel calcio piccolo”, in “la Repubblica”, 1999, 1 maggio.

Facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *